Non un messaggio su WhatsApp. Non una mail di lavoro. Proprio un SMS. Una roba che è arrivata in punta di piedi e che mi sembrata quanto di più vintage mi sia passato tra le mani negli ultimi anni.
Se in quel momento non avessi avuto il telefono davanti e quindi la notifica non fosse stata praticamente impossibile da non vedere, probabilmente me ne sarei accorta dopo giorni. O mai, visto che da quelle parti raccolgo solo messaggi di spam, phishing e di chiamate impossibili da fare arrivare a destinazione.
Invece l’ho visto. E ho pure risposto.
Ma soprattutto ho cominciato a farmi millemila domande sul perché una persona sotto i trent’anni avesse deciso di mandarmi un SMS invece di scrivermi su WhatsApp.
La risposta è arrivata l’indomani, quando gliel’ho chiesto direttamente:
“Ma tu non hai WhatsApp?”
E lei, come se fosse la cosa più normale del mondo:
“Non volevo risultare invasiva.”
WOW. Letteralmente wow.
Mi è sembrata una delle cose più fighe sentite negli ultimi tempi.
Lei aveva semplicemente pensato che WhatsApp fosse uno spazio più personale e che, non conoscendomi, entrarci direttamente potesse essere troppo.
Un SMS, invece, le era sembrato più discreto. E questa cosa mi ha fatto pensare a quanto sia cambiato il nostro rapporto con gli strumenti che utilizziamo per comunicare.
Una volta l’SMS era il modo più diretto per raggiungere qualcuno. Oggi può essere percepito addirittura come quello meno invasivo.
I prossimi messaggi, comunque, me li manderà su WhatsApp. Abbiamo superato ufficialmente questa fase della nostra relazione.
Però quella frase me la tengo.
“Non volevo risultare invasiva.”
E adesso sono curiosa: voi quando avete ricevuto l’ultimo SMS scritto davvero da una persona e non da un chatbot?
Quindi non valgono banca, codici OTP e il “ti ho cercato”.

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