Non so come sia saltata fuori, ma qualche giorno fa ho ritrovato la mia vecchia rubrica, quella cartacea. Una moleskine che usavo quando lavoravo in tv e facevo realmente il mestiere da giornalista, in quel periodo in cui le mie giornate iniziavano con il giro dei “pronto”.
Mi sono ritrovata in mano questo quadernetto, pieno di scritte a mano, numeri di telefono annotati con fretta e, a ben guardare, facendo anche un po’ di confusione, con bigliettini da visita spillati sulle pagine, contatti evidenziati come speciali.
Era la mia chiave di accesso al territorio su cui mi muovevo. Quel piccolo archivio mi permetteva di arrivare alle persone giuste, di farmi aprire porte che, altrimenti, sarebbero rimaste chiuse. Ed era il frutto di relazioni con chi, quei contatti, magari me li passava dimostrandomi grande fiducia e affetto.
Sfogliarla oggi è stato un piccolo shock emotivo.
Perché adesso è tutto diverso.
I contatti stanno negli smartphone, nelle chat, nei CRM.
I bigliettini non si conservano, si fotografano (forse).
I numeri si cercano online.
Se chiamo un numero senza essere in rubrica la gente nemmeno ti risponde.
Ma lì dentro, in quelle pagine, ho ritrovato nomi che non pensavo di avere ancora, contatti che forse non esistono più, ma che hanno fatto parte di una stagione intensa della mia vita. Quella stagione che mi ha portato fin qua, in cui le relazioni si costruivano con lentezza, una telefonata alla volta.
Un numero custodito con cura era un capitale di fiducia.
Non è nostalgia.
È solo che certe tracce, trovate per caso, ti riportano a chi eri.
E ti aiutano a ricordare come sei diventato quello che sei oggi.

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